Il primo giorno di vacanza

17 Settembre 2020
Written by: gzstudio foto

 

 

Quella mattina eravamo in partenza per le abituali vacanze estive, i miei genitori avevano una faccia molto tirata come se avessero discusso prima che noi ci svegliassimo o comunque si fossero bisticciati la sera prima. Nel vanette dove eravamo seduti io e le mie due sorelle aleggiava il più rigoroso silenzio. Era abbastanza inusuale quel mutismo il primo giorno di vacanza ed io, che ero la più grande, riuscivo ad intuire che forse era successo qualcosa. Improvvisamente papà deviò e prendemmo una strada diversa da quella che ci portava al solito chalet in montagna. Cominciammo ad inoltrarci in una strada mai vista prima. La città si allontanava sempre più alle nostre spalle ed ora eravamo nei pressi di un piccolo borgo con case sparse qua e là. Piccoli cottage colorati, alcuni con grandi distese verdi tutt’ attorno dove si poteva intravedere qualche mucca e qualche cavallo al pascolo. Superato questo paesaggio ci immergemmo in una sconfinata radura dove infine comparve un piccolo muro di cinta. A ridosso di quel muro papà spense il motore. Mamma ruppe il silenzio: “Volevi venire qui e alla fine ci siamo venuti!” Lui scese e si diresse verso lo sportellone dietro per far scendere me e le sorelline. Mia madre non ne volle sapere di mantenere il religioso silenzio dovuto a quel luogo. Insistette per restare in macchina affermando che non c’era alcun bisogno di rovinarsi il primo giorno di vacanza. Mio padre, risoluto, le aprì la portiera e disse: “E’ ora che sappiano”
Ci incamminammo verso un piccolo cancello, eravamo arrivati ad un cimitero, il cimitero ebraico di Amsterdam. Mio padre estrasse dalla custodia la sua inseparabile amica a telemetro e ci scattò una foto di spalle, mentre di fronte a noi si stagliava un mare di lapidi bianche.
Forse fu proprio quel giorno che capii perché mio padre portava sempre con sé la macchina fotografica e scattava foto in continuazione. Operai fuori dalle fabbriche, noi che giocavamo con le amichette, noi con mamma a passeggio, alle feste, al mare, semplici passanti alla fermata del tram, tutte queste foto mio padre avrebbe voluto regalarle a mio nonno, cioè a suo padre. Come per regalargli scampoli di una vita normale, scene di gente che ha un lavoro, una moglie, dei figli che crescono e, perché no? anche delle seccature: le bollette da pagare, le preoccupazioni, il freddo di una qualsiasi mattina di gennaio in cui la sveglia suona troppo presto. Scene di gente che semplicemente invecchia. Tutto questo mio nonno non l’aveva vissuto perché era morto troppo presto. Forse era là in mezzo, sotto una lastra di marmo bianco senza un nome, senza una foto, senza volto. Unico ricordo la data e il luogo del ritrovamento del corpo.
Mi chiesi anch’ io perché mio padre avesse voluto rovinarci quel primo giorno di vacanza e non me lo chiesi solo in quelle ore, ma per molti anni a seguire. I bambini sono egoisti e la ragazzina con i calzoncini bianchi che era rimasta in me lo ha odiato lungamente per quest’episodio. Ora che la vecchiaia è finalmente arrivata a increspare il mio volto, la ringrazio. Finalmente mi ha concesso il dono di perdonare quell’uomo che scattava le fotografie.

 

Note:

Immagine di autore sconosciuto. Il presente racconto ha partecipato al “Concorso letterario Randstad 1969”. Info su: https://randstad1969.com/2020/02/06/concorso-letterario-randstad1969/

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