Innamorarsi di nuovo

23 luglio 2018
Written by: Gabriella Zambrini

Dove alberga la memoria

Innamorarsi dei luoghi, come palcoscenico dei propri film esistenziali, come buen retiro dell’anima. Peregrinare con la macchina fotografica è anche questo: cercare spazi che di volta in volta diventino la propria tana, per potervi ritornare,  non spesso, ma ogni tanto perché, si sa, il troppo stanca. Cercare quei luoghi negli anfratti della memoria, di tanto in tanto, quando vuoi riscoprire quell’angolo di mondo dove ti sei sentito bene, in pace, in perfetta armonia con te stesso e il mondo circostante.

VillaBalestra

 

Dolcificante per ricordi

Quel parco dove giocavi da bambino, il negozio di moto dove passavi sempre a guardare le vetrine, la biblioteca del quartiere dove andavi ai tempi del liceo. Ma anche posti meno poetici, come l’officina dove tuo padre portava l’auto a riparare, o lo studio del medico di famiglia. Non è importante il luogo in sé, quanto ciò che evoca. Tornare a osservare i luoghi dove siamo stati felici, anche solo per un momento, aiuta a ritrovare quella parte di noi ormai sepolta da stratificazioni di stress e cumuli di cinismo. Fotografare  quei luoghi è come fare un viaggio del tempo, inevitabili saranno i confronti con ciò che ricordavamo e ciò che si mostra oggi ai nostri occhi. Resteremo delusi o forse sorpresi, difficilmente troveremo coincidente il ricordo con la realtà.

Sono tornata a Villa Balestra, un piccolo parco tra i Parioli e il quartiere Pinciano. Era da circa venticinque anni che non vi mettevo più piede. Ho scattato qualche foto in analogico, bevendo un caffè al chioschetto che è rimasto effettivamente tale e quale. Sono rimasta qualche minuto a rievocare quella prima volta in cui la visitai. Non c’erano i cellulari a quel tempo, erano anni in cui ci si sforzava di più nel coltivare i ricordi e certamente la memoria era sempre in allenamento. E tuttavia la dolcezza che avevo provato andando lì la prima volta non l’ho percepita di nuovo. Non importa. Spesso i ricordi sono edulcorati, da passioni passeggere, da illusioni ancora mascherate dall’allegria della giovinezza.

Fotografia curativa

La fotografia è terapeutica: ci consente di rivedere noi stessi in quello che Roland Barthes chiama spectrum, cioè quel noi che eravamo e che non siamo più, alla stregua di uno spettro; e contemporaneamente il punctum, ovvero quel fulcro emotivo che riemerge dalla memoria, che cerchiamo avidamente nelle immagini che ci sono care e da cui restiamo sempre sedotti.
Poi il sole diventa accecante, il parco lentamente si svuota. Ripongo la Miranda nella sua bella custodia e torno a lavorare. La ricreazione è finita.

 

Il senso del tempo
Dove eravamo rimasti...
La fabbrica dei bottoni

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