La bici di Lea

La bici di Lea

Tiburtino III, prime luci dell’alba. Lea si sta preparando per uscire di casa. Ogni mattina, prima scende a dare un’occhiata alla sua zolla dell’orto in comune, e poi si avvia per i suoi mille lavoretti: baby sitter, dog sitter, cuoca vegana in un centro sociale occupato. Abita da sola con due gatti e tre cani, tutti randagi presi dalla strada. Abita da sola in una delle tante case cella del quartiere, nell’agglomerato degli alloggi popolari. E’ una fervente attivista, per il veganismo, per i diritti dei rifugiati, per il clima e contro gli allevamenti intensivi. Coltiva l’orto e non compra quasi nulla al supermarket, persino il dentifricio se lo fa in casa. Ogni tanto va a trovarla la sua unica figlia, una ragazza di vent’anni che, appena raggiunta la maggiore età, l’ha abbandonata per andare a vivere con la nonna materna. Il padre non lo ha mai conosciuto, Lea è stata una ragazza madre. Fiera e combattiva, malgrado fosse, ed ancora sia, completamente priva di mezzi.

E’ una mattina grigia di primavera, il cielo su Roma è color grigio piombo. Appena giunta alla fine delle scale l’atroce scoperta: qualcuno le ha rubato la bici che abitualmente lascia nell’androne del palazzo, legata con una catena alla ringhiera della prima rampa. Già le avevano fatto vari dispetti, una volta le avevano rotto il fanalino, una volta le avevano asportato il sellino, una volta spaccato lo specchietto, una volta tranciato una gomma. Tutto perché se in un quartiere di periferia sei considerata strana, diversa dalla massa, diventi facilmente carne da macello. Aveva avuto a che dire con diversi condomini per vari motivi: perché avevano cucinato carne con il barbecue in balcone, perché avevano usato vernici sintetiche per ridipingere un’inferriata, perché i suoi cani abbaiavano troppo.

In quell’istante, dapprima lo smarrimento, poi esplose in un urlo sovrumano. Corse fuori dal portone come un razzo e mi mise a suonare a tutti i citofoni: chi è? Ma chi è a quest’ora? Oddio, chi è? Le voci stralunate dei condomini si sovrapponevano. Qualcuno pensò subito a un raid della polizia, non era raro in quel palazzo. Lea prese ad urlare follemente: Ecco, siete contenti che non posso anda’ a lavora’ stamattina? Io non c’ho niente da fa’, oggi! Non c’ho niente da fa’ e ve suono al citofono tutto il giorno!

Gli insulti si moltiplicarono. Dopotutto se la l’unica cosa al mondo che possiedi è una bicicletta, è perfettamente comprensibile uscire di senno. Proprio come qualcuno che si mise a combattere contro i mulini a vento.

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