la seconda chance

21 Gennaio 2020
Written by: gzstudio foto

Una donna che ricopre un incarico molto importante mi ha contattato per un ritratto corporate. Per discrezione le darò un nome di fantasia: Janina. Tramite la sua segretaria mi fissa un appuntamento durante il quale l’ avrei appunto incontrata di persona.

2nd chance

Quel giorno però forse non ci siamo piaciute abbastanza: io non sono piaciuta a lei e lei non è piaciuta a me. Vero è che non eravamo lì per una gita di vecchi compagni di scuola, tuttavia per un lavoro che ha comunque una mission non dico artistica, ma di comunicazione è necessario entrare in una dimensione empatica. È interessante analizzare come le persone alle volte si lascino distrarre da quello che è l’aspetto fisico o dal contegno che si mostra di fronte a determinate situazioni o determinate persone. A distanza di alcune settimane vista l’assenza di qualsiasi feedback in merito a questo lavoro ho ritenuto persa la committenza e ho abbandonato così ogni riflessione al riguardo.
Dopo quasi due mesi vado a visitare la mostra dedicata a Inge Morath qui a Roma, la prima dedicata in Italia alla fotografa della Magnum. Sono andata a vederla solo per ammirare la sua famosissima serie Masks. Ed è stato proprio durante questa visita che mi è tornato in mente il volto di Janina. Quei lineamenti un po’ duri, quei capelli un po’ stropicciati, nulla nel suo aspetto aveva minimamente a che fare con un dirigente d’azienda. O, per meglio dire, dell’immagine iconografica del dirigente. In quell’istante ho capito perché non ero stata prescelta: mi ero mostrata forse troppo rigida, forse troppo attenta all’esteriorità e meno ai contenuti interiori.
Capita purtroppo di non cogliere gli aspetti di una persona e quindi di non essere incisivi nella chiusura di un contratto. Ho ripensato alle sue mani, alla sua ruvidezza, alle sue parole asciutte, senza repliche, Janina è una persona senza repliche. E’abituata a decidere, a volte anche in fretta, delle sorti di molte persone perché lei è colei che assume o licenzia. Sarebbe stato molto interessante fotografarla. L’interazione tra fotografo e soggetto è sempre una dimensione molto sottile: se si tira troppo, la corda si spezza, diversamente se si lascia la presa, la corda precipita.
Qualche giorno fa ricevo una telefonata ancora dalla sua segretaria, che mi dice:

“Guardi, sa signora, la contatto per quel lavoro, Janina la vuole rivedere…”
Per un momento ho pensato seriamente che fosse uno scherzo.
L’ho trovata più rilassata, più disponibile. In questo nuovo incontro per qualche istante ho ripensato alle Masks di Morath. Forse in Janina c’è un incessante bisogno di trovare una verità al di là di quelle che sono le maschere sociali. Una verità fatta di concretezza, di serietà, priva di maschere. Non so ancora se Janina infine sceglierà me, tuttavia una cosa è certa: non pubblicherò mai il suo ritratto. E non per mera deontologia professionale, ma per rispetto dei sentimenti altrui. Il suo ritratto verrà unicamente esposto nella sua stanza e per il resto finirà nelle cartelle dimenticate per sempre del mio archivio.
Ancora non so se sceglierà me, ma le sarò per sempre grata, solo per avermi dato questa seconda chance.

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