L’età dell’amore

19 Agosto 2020
Written by: gzstudio foto

 

Ci siamo conosciuti all’inizio dell’università, appena diciottenni. Ci piacevano le stesse cose: certi film nei piccoli cinema d’essai, i documentari in lingua originale, le matinée al Mignon la domenica. E poi i libri certo, e l’arte, le mostre. Ci piaceva tenerci aggiornati in un’ epoca in cui costava molto esserlo. E compravamo giornali, riviste, dispense. E libri, tanti libri. Avevamo una curiosità feroce e onnivora, avevamo fame di tutto ciò che era sapere. Finire a letto fu pressoché immediato, naturale, come se succedesse da sempre. Prendiamo casa insieme e cominciamo a barcamenarci tra lavori saltuari e studio. Certi pomeriggi prendiamo il tè in silenzio e ci guardiamo per ore. Avvertiamo forse che il tempo ben presto ci sfuggirà di mano. Mi laureo prima io e trovo subito lavoro come contabile in una scuola privata. Tu capisci che a lettere concluderai ben poco e cominci a razionalizzare: decidi di frequentare un corso come perito informatico. La sera poi vai a lavorare come cameriere, tra mille contrarietà della tua famiglia. Il rimprovero di tua madre è che stai sprecando troppe energie con il rischio di non portare a casa alcun risultato.

Mia madre invece muore all’improvviso ed io precipito di colpo nell’età dei capelli grigi, quelli che ti vengono dopo un immenso dolore. Abbiamo entrambi ventotto anni, ma io ne dimostro sessanta, mentre tu sembri ancora ventenne. Forse è già qui il primo spartiacque tra noi. Facciamo un figlio! No, adesso no, non me la sento di diventare madre. Analizzo che la tua proposta ha il bonario intento di distogliermi dal dolore. Mi rendo conto che forse l’ho gestita un po’ sciattamente. Arriva un timido segnale di refrigerio dal fatto che hai trovato un impiego stabile come informatico. Cominciamo a viaggiare. Almeno una volta l’anno all’estero, spesso andiamo fuori per il weekend al mare o in montagna. E poi ci sono gli amici, tanti amici.

Facciamo un figlio, ora la risposta è ni. Abbiamo una casa nostra, dopo mille contrasti, mio padre mi regala un appartamento e ci andiamo ad abitare. Il lavoro non manca, i soldi neppure. Abbiamo l’età giusta, ma forse ora è più un’esigenza mia, che non tua. Elaboro questa tua esitazione e nel mentre passano gli anni. Mio padre si ammala di Alzheimer, nostro figlio scompare del tutto dalla nostra agenda. Sapere che non sarai più libero di gestire un viaggio agli antipodi del mondo, un weekend, una semplice cena con gli amici è un fardello pesante. Per me che devo garantire sempre una presenza a mio padre, se all’improvviso la badante non può esserci; per te la fatica di milioni di ore trascorse senza di me. La domenica a pranzo da tuoi vai da solo, spesso anche le feste ormai sono momento di separazione forzata.

La tecnologia prende il sopravvento nelle nostre vite, mentre tu ne hai fatto motivo di lavoro ed ora rifugio della nostra solitudine di coppia, io la rifiuto. Non ho un profilo Facebook, non ho instagram, il mio cellulare è solo uno strumento per telefonare. Forse questa è la stretta finale che ci riporta allo stato iniziale di due estranei. La sera ci infiliamo nello stesso letto, ma sono anni che lo abitiamo come passeggeri di uno stesso autobus. L’abitudine corrode ogni ingranaggio, anche il più collaudato. Siamo cambiati, ma percorrendo strade differenti. In te la spinta all’essere al passo con i tempi non è mai paga, per me ora è solo una fatica in più.

Questa potrebbe essere definita una crisi, ma ormai si trascina da tempo. Nessuno dei due affronta più l’argomento. Io sono troppo stanca, tu forse eviti semplicemente di affaticarmi di più. Siamo arrivati a cinquant’anni senza rendercene conto. Mio padre ne compie novanta e  non sa più il suo nome. A tratti mi chiama con il nome di mia madre. Gli sorrido bonariamente, il tempo mi ha insegnato a recitare. Anche in ruoli non miei.

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