PRENDERSI CURA

PRENDERSI CURA

Take care

Era piombata a casa mia senza che l’avessi mai vista in faccia.

“Hai un profilo Facebook? ” le avevo chiesto la prima volta che parlammo al telefono

“No – mi aveva risposto – Appartengo a quella razza, in via di estinzione, ancora refrattaria ai social”

E così era arrivata, un giovedì mattina, accompagnata dalla mia amica che era sua cugina, la quale aveva fatto da trait d’union in tutta la faccenda. Era arrivata con un valigione da 25 kilogrammi, grande tre volte lei, in cui aveva raccattato alla meno peggio le sue cose la notte in cui il marito l’aveva cacciata di casa puntandole un coltello contro. Un coltello ad altezza addome, davanti agli occhi sgranati dei figli, un maschietto di undici anni e una femmina di quattordici. Non avevano proferito parola, raggelati che il loro stesso padre potesse uccidere la madre.

“Io non posso ospitarla – aveva detto la mia amica al telefono scoppiando in un pianto dirotto – Come sai io e mio marito appena ci stiamo in 30 metri quadri”

Da quel momento era stato tutto uno spostare mobili e creare spazi. Tutto per renderle più confortevole quel soggiorno forzato. Tutto per renderle meno pesante il pensiero straziante che i figli fossero ancora con quel padre indegno. Al di là della disperazione, era bellissima e, a renderla ancor più bella, era la sua inconsapevolezza di esserlo. Altissima, magrissima, lunghi capelli neri, occhi neri e zigomi sporgenti. Non un filo di trucco, mai niente di appariscente addosso. Nessun gioiello, men che meno la fede. Appena arrivata mi aveva chiesto se poteva fare un video ai miei gatti di casa per mandarlo ai figli.

“Certo! – le avevo risposto – In giardino ce ne sono anche altri, randagini che vengono qui talvolta a mangiare”

Si sarebbe cercata un secondo lavoro, era già in trattativa per una casa in affitto. Da tempo il marito aveva insistito perchè se ne andasse.

“Bisogna stringere i denti affinché non si sappia in giro che i ragazzi sono con un padre violento – le avevo detto – Se qualche insegnante dovesse avere qualche sospetto e chiamare gli assistenti sociali, tu i figli non li vedi più!”

“No! ti prego! Non me lo dire! – esclamò coprendosi la bocca con la mano per soffocare un accesso di pianto.

Fortunatamente non successe nulla. Trovò un secondo lavoro. I ragazzi stettero alle regole del padre e riuscirono a non destare sospetti. E finalmente, dopo due mesi, mi lasciò la stanza. Andò a vivere nell’appartamento di cui mi aveva parlato e, finalmente, si ricongiunse con i figli.

La mattina che infilò la porta con il suo valigione, mi disse: “Grazie di tutto, davvero!”

“Vai, vai – le dissi – E’ arrivato l’ascensore”. E richiusi la porta prima che mi vedesse piangere. ­

*NOTA BENE: Questo è un racconto di fantasia, nessuna relazione con l’immagine ad esso collegata. Qualsiasi collegamento a fatti e circostanze reali è da ritenersi puramente casuale.

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